La città dove il tempo si è fermato

A C., che ti riempia le pagine mancanti.

La Città nel Golfo ha due stazioni: in una arrivano i treni, l’altra è rimasta. Impronta fossilizzata dell’Impero che l’ha voluta, concepita e che ne ha progettato la facciata principale senza tener conto dei giorni di Bora, vi pascolano gatti ferroviari e modellisti, piccoli demiurghi bonsai. Termine corsa treno.

A una nottata di cuccetta asburgica di distanza, convertibile approssimativamente in un paio di giorni intermodali unioneuropaici e in anni o forse mai cecoslovacchi (quando ancora esisteva la Cecoslovacchia) sta sul cornicione di una finestra del quinto piano il signor H., dà da mangiare ai piccioni, a vederlo da giù figura come un santo nella sua nicchia, nella facciata di una chiesa rigorosamente sconsacrata, e gli viene in mente che si potrebbe andare a vedere il mare, perché no, a visitare la Città nel Golfo. Il santo patrono dei gatti, dei bevitori di birra e delle storie strampalate in visita pastorale ad una città di adepti, per l’una o per l’altra cosa.

Gli viene in mente che si potrebbe arrivare alla stazione, l’altra, ovviamente, e poi quando le scolaresche hanno finito il giro nella dinosaurica impronta dell’Impero, e quando i gatti si sono ritirati a dormire nelle cabine di guida dei locomotori, si potrebbe bere una birra con il demiurgo bonsai e chiedergli se nel plastico qualcosa è reale e sentirsi dire che no, è reale solo il balcone di casa sua, coi gerani, reali anche quelli, magari un po’ sovrastimati, e che, del resto, il confine tra Italia e Austria l’ha tracciato lui, arbitrariamente, vicino al castello, tanto adesso è tutto Schengen e anche i minuscoli treni e i minuscoli camion del Billa possono circolare lo stesso, indisturbati, e che l’anno prossimo ci metterà un bel valico alpino, tanto nessuno gli dice niente.

Si potrebbe uscire dalla porta laterale, vedere il mare, visto, è grigioverde e sopra ha un livido recente, poi nella città vecchia passare davanti a un cartello che annuncia il trasferimento in blocco di una merceria e degli annessi gatti in un vicolo poco lontano, arrivare a una strada in salita ed entrare in un atrio sempre fresco, al numero 35 di Madoška ulica. In quel fresco tendono chissà perché ad arenarsi gli elettrodomestici più disparati, questa settimana ci sono un fornello e un televisore rimasti che prendono il fresco sulle piastrelle di cotto.

Si potrebbe salire le scale a precipizio e sotto la vernice intravedere scritte incise, rilievi di fiori dipinti e e cancellati, linee su intonaci antichi che, seguendo le scale, riemergono e si immergono, pensare alla storia del fiume Fiume e così salendo perdersi in pensieri carsici fino a che non trovi un tre, anzi un III, disegnato a matita sul muro, sembrano tre colonne doriche dell’ora di disegno, allora si potrebbe girare a destra, sul ballatoio.

E dal ballatoio l’Angelo dei gatti e della birra e delle storie strampalate lo noterebbe subito, che quando qualcuno in cortile ha rappezzato il cemento una bambina Sara che viveva lì aveva scritto il nome Sara con un bastoncino, e il nome Sara è rimasto, visibile dal terzo piano e dallo spazio, e Sara si è datata 2009 (rimando bibliografico immediato ad altre Città e ad altri Golfi lontani ogni volta che guardi giù), e mentre Sara scriveva Sara anche i Gatti avevano voluto dire la loro, e con le zampette si erano eternati sul cemento e le zampettate, non datate, gli erano poi sopravvissute. L’Angelo dei gatti sa di quella sera, e si chiede se un giorno anche qui in Madoška ulica dipingeranno un murales dei gatti con il loro umano, come da lui.

E poi da ultimo, prima di girare la maniglia, con la coda dell’occhio vede e sa che l’ombrello di Long John è rimasto appeso ormai da un anno al filo del bucato.

A questo punto ci si può anche sedere su una seggioletta di legno, con la porta aperta sul ballatoio, accendersi una sigaretta, aprire un’altra birra, prendere il libro da sopra la bilancia rossa e constatare che sì, nella sua edizione italiana, le pagine da 115 a 138 sono mancanti,

con entrambe le mani prende della carta dal mucchio che si innalza fino al soffitto, mette quella carta nella cassa e di nuovo, prima una

gnora del capostazione mandò le sue pellicce al fronte ma non servì e il signor capostazione era più cauto, quando cadde Stalingrado…

Bello, dice l’Angelo dei gatti, avrei potuto pensarci io.

Il paradiso degli orsi

Ripensando alla storia dell’orso, questa qui sotto, e ad altre storie tristi di orsi che sono successe qualche tempo fa, pensavo che la mia convinzione personale è che sì, gli orsi hanno tutto un loro spazio mentale di riflessione, un’interiorità sviluppata, e secondo me si vede anche piuttosto bene da come sono fatti, però la loro interiorità funziona come funziona un orso, cioè piuttosto legato a cose concrete, non solo stare felicini con la pancia piena, ma anche guardare il bosco e sapere di viverci dentro e anche le foglie che scricchiolano sotto le zampe e i cuccioli che imparano a stare in fila per bene, e quando muoiono, gli orsi sanno benissimo che poi non succede niente, però per un attimo nella loro mente plantigrada c’è un posto, e secondo me c’è una foresta di alberi ad alto fusto in cui la luce è bassa e dorata e si sentono i rumori della sera e il vento, forte, una foresta senza orsi, in cui l’orso percepisce la sua assenza, e poi più niente.

L’autodeterminazione dell’orso e altre storie

Non molto lontano da qui, oltre un confine abbastanza immaginario, c’è un monte dalla forma strana, che stando a Wikipedia colpisce gli automobilisti italiani che percorrono la vicina autostrada. Si suppone che tutte le altre seicentoventinove etnie, minoranze, popolazioni, autoproclamatisi granducati, specie animali e vegetali presenti nei dintorni non ne siano altrettanto colpite.

Wikipedia dice anche che i Longobardi (secondo Paolo Diacono più che presumibili importatori nello Stivale dello scherzo genetico noto come Naso Trevisanovič™) arrivando da queste parti ci siano saliti sopra – dalla parte giusta, ché l’altra si fa davvero fatica – con tutta la carovana per controllare meglio quello che avrebbero di lì a poco conquistato, diffondendo i loro nasi impossibili e la loro pettinatura demenziale in seguito adottata da più di un Trevisanovič™ afflitto dalla calvizie.

Allo stato attuale, passati i Longobardi, i Trevisanovič™, le galline a due teste, gli italiani e una serie di altri popoli, il monte è abitato perlopiù da orsi, che del resto rappresentano circa un quinto della popolazione dello stato di cui stiamo parlando, godono dei diritti civili e politici ed hanno un proprio gruppo parlamentare.

Si dice che qualche tempo fa un orsacchiotto sia rimasto orfano, o si sia smarrito. Un oste di buon cuore, o quasi, lo prende con sé, lo alleva, ma l’orso da allora rimane in gabbia, e non potrebbe neanche uscirne perché significherebbe buttare in un bosco 350 kg di orso privi del mestiere di orso, quindi una vita in gabbia a mangiare, presumo, avanzi di jota, cragno, cotechino, patate, strucolo, palačinke, miele magari, stinchi quando capita, e come da manuale i panini degli escursionisti, ma non è certo una vita da orso. E allora, non sarebbe stato meglio che fosse venuta per lui la da subito morte degli orsi, una morte plantigrada, a chiudergli dolcemente gli occhi  ancora cucciolo, a portarlo in una foresta enorme dove scorre il miele e arrostiscono senza sosta cosciotti di pecora e l’uomo magari esiste anche ma, sostanzialmente, si fa gli affari suoi?

Magari no, magari l’orso, pure in gabbia, è in grado di mantenere un suo spazio di libertà mentale, magari chiude gli occhi e si immagina, lì dentro, alla testa di un esercito di orsi longobardi dal muso adunco, pronti a conquistare la pianura lì sotto e ad arrivare fino al mare, magari scrive e scrive lunghe lettere dal carcere, quaderni di impegno civile, sceneggiature per teatro, magari è un avido lettore di romanzi russi, o magari è lui che, dietro un nom de plume da umano, sceneggia tutte quelle soap croate che vanno in tv, magari dipinge o compone musica classica, e intanto ogni giorno gli arriva la jota con il wurstel dentro e a lui va bene così.

Insomma, bisognerebbe chiedere all’orso che cosa pensa veramente della sua vita di recluso, solo che al mondo ci sono pochissime persone in grado di parlare con gli orsi e quei pochissimi sicuramente non reggerebbero la vista del povero orso A. così recluso, ché chi parla con gli orsi di solito ha una mente molto, molto sensibile e delicata, e ci rimuginerebbero una notte intera e farebbero strani sogni, …

Ma intanto io non me la sento di sospendere il giudizio, la Škoda salta il primo bivio e un po’ a caso ci inoltriamo in un’altra vallata, dentro la foresta, dove un segnale indica konec asfalta e infatti finisce l’asfalto e poi oltre, fino a una radura con una baita, dove – tanto per cambiare – l’oste ci dà un piattone di jota con la salsiccia.

Poi, davanti alla stufa, mentre l’ostessa guarda soap croate e l’oste intaglia cartelli da mettere nel bosco, chiedo:

– ci sono orsi da queste parti?
– non tanti.

Ma liberi, pare.

Fuori, il capriolo della Laško attraversa con un balzo la sterrata, in fuga dalla celebrità.

Se citofonando…

Nel mio condominio, come ormai ben sapete, vive Long John Silver detto Marcello, pirata in pensione e ultimo vero parlante del dalmatico, alla faccia di Tuone Udaina. Vive qui in clandestinità per sfuggire ai linguisti tedeschi che altrimenti gli chiederebbero continuamente di parlare dei cavoli suoi e di recitare il padre nostro per metterlo nelle loro collezioni di lingue morte, moribonde e comatose. Long John Marcello ha una gamba di legno, una cyclette, ama il bar dell’angolo di cui un giorno vi parlerò e, nei giorni di bucato invernali, espone fieramente sul ballatoio dei mutandoni di lana lunghi alla caviglia (a questo proposito molti mi hanno chiesto dettagli ma non ho avuto il coraggio di approfondire).
Da Long John M. Silver passa in modo discontinuo, ultimamente molto spesso, una vecchia vecchissima che ama citofonare al povero M. alle ore più svariate, e siccome lui non gli risponde subito, vuoi perché ha la gamba di legno, vuoi perché deve allenarsi sulla cyclette per il prossimo tappone pirenaico, lei citofona a caso a tutti, temo anche ai cinesi. In particolare ama citofonare dieci minuti prima di una qualsiasi ora di risveglio feriale e festiva.
Aggiungo che non vogliamo pensare a quale tipo di legame unisca LJS e la vecchia citofonatrice perché riteniamo che anche un antico pirata abbia diritto alla sua privacy.
Io fino ad ora ho represso il riflesso pavloviano-ansioso che mi deriva da più di una notte passata in centralino col terrore di trovare cadaveri davanti al portone la mattina e ho adottato il metodo Calavera, che consiste nel non rispondere al citofono. Mai. A nessuno. Neanche a quello che consegna le pizze, che poi è il motivo per cui qui non si ordinano mai pizze a domicilio.
Settimane di citofonerie alle ore più bizzarre, settimane di riflessi pavloviani, settimane di cicalini accolti con stoico calaverismo, finché un’ora fa, colta per sfinimento e privazione di pizze, non ho fatto l’errore di rispondere alla vecchia citofonatrice:
– chi è?
– scè Marscello?
– (e che ne so se scè Marscello, sono mica la sciua scegretaria, mica scè scritto Marscello sul scitofono, sczanagalina, e fasccia passciaare il ragasscio delle conscegne che la pizza sci fredda!)
Macché, mica le ho detto così, le ho aperto, ché ho pensato che se aspetta che Marscello si alzi o interrompa l’arrivo in salita sul Tourmalet per andare ad aprirle mi muore davvero al citofono, come nei miei incubi, le ho aperto per buon cuore e per riflessi condizionati incoercibili e adesso mi citofonerà per sempre.
Tutto questo accadeva durante il mio unico pisolino pomeridiano del venerdì.
Dopo, non mi sono sentita una persona migliore.

Il destino del libellus

Scendete tre rampe di scale ormai tristemente prive di gatti, scendete da una strada sempre un po’ in disordine, attraversate la strada (ricordando che qui i semafori a chiamata sono tutti finti, un mero espediente psicologico per non farvi suicidare sotto la 20).
Poi fate uno sforzo di immaginazione, entrate nella libreria che c’è sotto casa mia e prendete un libro: non è di fondamentale importanza il titolo preciso, ma verosimilmente, dati i tempi, è un libro che parla di orsi finlandesi, di russia o di come mettere bene le virgole senza irritare la gente.
Il libro viene comprato, che brutta parola, viene acquisito, diciamo anzi che entra a far parte del mio patrimonio librario. Lo aspetta una vita tranquilla: verrà letto, verosimilmente insieme ad altri pochi, selezionati, un Paasilinna insieme a un Dovlatov, uno Hrabal con un Charms, magari non tutto in una volta, magari verrà messo da parte e ripreso, magari si farà qualche viaggio in treno, assai raramente verrà prestato, ma certamente, una volta conclusa la fatica di farsi leggere, troverà la sua collocazione sullo scaffale e lì menerà un’esistenza tranquilla, salvo in tempi di riordino e spolveramento, o – dio non voglia – un trasloco.
[qui si aprirebbe un amarcord di un corso di traduzione del primo anno, dio e Dio, impermeabili e sigarette bogartesche, ma lo tagliamo]
Poi immaginiamo un libro, che già, povero, non è nato Dosto, è nato invece come Il Librone Dei Camion Giganti, non è neanche un’aggraziata edizione Adelphi o una longilinea Iperborea, anzi, è cartonato, è nato, no, è stato stampato così. Entrate nella stessa libreria, lo comprate, mica entra a far parte del vostro patrimonio librario, lo portate a una festa di un quattrenne e di un unenne, e vi chiedete, povero libro, già è nato cartonato, già è nato librone, già è nato – stampato – con dentro dei camion giganti e non qualche stupefacente sfaccettatura dell’animo umano o la sagace narrazione di complicate vicende, che fine farà? Le finestrelle verrano strappate, verrà tutto disegnato, o ignorato, o forse persino sbavato o usato come materiale da costruzione o rampa di lancio per shuttle e navi pirata playmobil, e la rilegatura…

Tutto questo, ovviamente, ha una morale, solo che come sempre non so quale sia e se sono d’accordo.